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Italiani, popolo di scrittori.

Tutti scrivono. Un’ossessione compulsiva dilagante, endemica; ha preso giovani, vecchi, bambini. Uomini e donne, persone comuni e personaggi famosi. Ha colpito anche me, purtroppo; mi sto curando con lunghe passeggiate all’aria aperta e farmaci omeopatici orali, tipo la letteratura russa. Un passo alla volta, ci vorrà tempo ma sono ottimista. Mentre affronto il lungo percorso di guarigione però, mi faccio spesso delle domande sull’origine e sulla natura di questo disturbo compulsivo. Per esempio: perché all’improvviso tutti si sono messi a scrivere?

Si fa presto a dare la colpa ai social, ma credo che una buona parte di responsabilità sia loro se l’uomo del XXI secolo è stato preso da questa smania di condivisione. E va da sé che per avere qualcosa da condividere che sia un poco più strutturato di un selfie o del risotto ai frutti di mare bisogna scrivere. Qui mi tocca parafrasare Agatha Christie: “scrivere (uccidere) è come tagliarsi le unghie dei piedi; non inizieresti mai, ma quando cominci non riesci più a smettere”. Passare da un lungo post a un racconto breve è un attimo. Magari partecipare a un concorso letterario. E da lì a un romanzo… L’aspirante scrittore (che per brevità chiameremo AS) comincia a pensarci seriamente, perché grazie ai social per la prima volta ha un pubblico. Non è ancora un pubblico vasto e pagante, ma è un buon inizio.

Certo, l’AS è spinto anche da altre motivazioni. Per esempio assecondare quella voce interiore che ha sempre ignorato, ma che all’improvviso pulsa e preme per far uscire allo scoperto l’artista che è in lui. Prima di darle retta – alla voce che sente solo lui – consiglierei caldamente all’ AS e a tutti gli aspiranti poeti, pittori, scultori eccetera la lettura di un libro che anticipa come probabilmente andrà a finire: Seguirà buffet, di Alberto Forni, Ed. Little Big Books. Seconda, ma non in ordine di importanza, la gratificazione narcisistica del like, la spasmodica ricerca di consensi. La necessità di piacere a tutti i costi, a costo di trasformare la nostra vita in un susseguirsi di post sempre più ravvicinati, in un film avvincente che ci vede come protagonisti. Ma non è grave eh, oggi il narcisismo è tollerato e giustificato, come lo era l’edonismo negli anni ’80. È un bisogno dell’uomo del nostro secolo, quasi un diritto, come l’identità di genere. Lo Stato Sociale dovrebbe garantire una quota minima giornaliera di like per tutti, perché una manciata di like non si nega a nessuno. Ma questo è un altro discorso.

Torniamo alla scrittura. Nell’era digitale si è portati a credere che scrivere sia più facile, per un sacco di buoni motivi, anche pratici. Che vanno dal copia-e-incolla al correttore ortografico, dal vocabolario dei sinonimi e contrari online a Wikipedia. Anche molti testi di grammatica italiana sono disponibili online, ma non riscuotono grande successo, a giudicare dall’assenza di banner pubblicitari. Questa – che scrivere sia facile – è però una convinzione errata: scrivere non è MAI stato facile, e all’AS basterebbe una full-immersion di qualche giorno nella grande letteratura per rendersene conto. Ma ormai è troppo tardi. L’AS è già partito a testa bassa per la sua strada, con un solo pensiero in testa: “se c’è riuscita una casalinga disperata e una segretaria nelle pause pranzo – a scrivere romanzi e vendere milioni di copie – posso farlo anch’io[1]”. Non sa ancora che sta per imboccare un impervio sentiero di montagna con un paio di mocassini eleganti ai piedi.

Insomma, l’AS si butta nell’impresa e inizia a scrivere, anche se potrebbe dedicarsi con maggior costrutto a un hobby qualsiasi, tipo l’orto biologico o la pesca con la mosca. Puntualmente a un certo punto del processo creativo – di solito quando l’AS esaurisce l’entusiasmo e la pazienza di amici e familiari – si rende conto di aver bisogno di un aiutino. Quel tipo di aiutino da professionista. Non è un problema, la rete pullula di agenti letterari, consulenti editoriali, editor più o meno professionisti, correttori di bozze eccetera. Gente del mestiere, che cita continuamente Calvino, pronta a dare una mano e preziosi consigli a pagamento. Poi corsi di scrittura creativa, on line o al circolo Arci dietro casa ogni martedì sera. E quintali di manualistica specializzata, tipo Come scrivere un romanzo di successo in trenta giorni, i cui autori hanno capito da tempo che con la narrativa non si campa e rinunciato da un pezzo a scrivere un romanzo di successo. Ma è una cosa normale, per un Rafael Nadal i maestri di tennis sono migliaia. Decine di migliaia. E per scrivere bisogna essere ricchi di famiglia, come Calvino appunto.

Se scrivere rimane comunque difficile, nell’era digitale una cosa è senza dubbio più facile: pubblicare. Cioè dare l’aspetto di un libro al nostro manoscritto. Almeno le sembianze di un libro. Pubblicare viene subito dopo scrivere ma è altrettanto importante, perché è il prerequisito indispensabile per raggiungere i lettori, e vendere. Per tutti gli scrittori in ogni tempo pubblicare è sempre stato un problema. Il luogo oscuro dove si infrangono le illusioni e le speranze, la fantasia si scontra con la realtà, l’arte con le logiche di mercato. Non per il nostro AS, perché grazie al self-publishing  può entrare nel mondo della letteratura senza chiedere permesso. Il self-publishing – come il selfie – suona piuttosto narcisistico. Non è un caso che uno dei siti più famosi di auto-pubblicazione assistita si chiami – non senza una certa ironia – Narcissus.me. È una sorta di triste e solitaria pratica onanistica, solitamente seguita dall’auto-promozione sui social, ancora più triste; per il nostro AS però la tentazione è forte, perché da aspirante scrittore, con poche centinaia di euro può diventare uno scrittore vero e avere il proprio nome stampato sulla copertina di un libro. Anche se è un po’ come comprare una laurea in Svizzera.

L’AS però – una volta terminato il suo manoscritto, autobiografico e autoreferenziale al punto giusto – potrebbe avere un rigurgito d’orgoglio e la legittima aspirazione di diventare un autore pubblicato. Potrebbe decidere di evitare le scorciatoie dell’auto-pubblicazione e percorrere la strada maestra dell’editoria tradizionale, quella che porta alla reale pubblicazione del suo libro, alla legittimazione del suo faticoso lavoro. A costo di affogare in un mare di indifferenza e prendersi dei NO sonori, come hanno fatto generazioni di aspiranti scrittori prima di lui. Ma è una strada in salita, perché al di là della qualità dell’opera, pubblicare significa convincere un editore a investire denaro in un progetto imprenditoriale che deve avere un ritorno economico – e possibilmente generare utili – e non è affatto una cosa semplice.

Credetemi, parlo a ragion veduta. Avete un romanzo nel cassetto, tipo le indagini del commissario Pincopallo, la biografia del nonno partigiano, una raccolta di ricette vegane? Provate a inviarlo a una casa editrice. Non dico quelle grandi, provate con le medio-piccole, a gestione familiare come il baretto sotto casa. Spulciate i loro siti internet e capirete immediatamente come butta. Ve lo dico subito: male, molto male. Tutte le quattromila e cinquecento case editrici italiane sono sommerse dai manoscritti di aspiranti scrittori. Le poche che insistono a farsi mandare l’opera in cartaceo hanno un addetto che passa otto ore al giorno ad aprire la porta al postino e al corriere. Quasi tutte sono passate all’email, forse perché si sentivano un pochino responsabili per la deforestazione del pianeta. E forse perché l’email si cancella con un clic, molto più comodo del cassonetto per la raccolta differenziata.

Se comunque siete ottimisti e volete provare, vi consiglio di leggere attentamente le avvertenze e le modalità per l’invio dei manoscritti. Si va da “tempo minimo di lettura SEI MESI trascorsi i quali l’opera sarà cestinata senza ulteriori comunicazioni” a “NON SI ACCETTANO MANOSCRITTI”. Oppure al minaccioso “non sollecitate con email o telefonate la lettura del vostro manoscritto, otterrete l’effetto contrario”. Alcune case editrici hanno un periodo preciso per l’invio, tipo gennaio e luglio. Una famosa agenzia letteraria solo un giorno all’anno, bisogna compilare un form dalle otto di mattina in poi, e si raccomandano di fare in fretta perché il sistema raggiunge il numero massimo prefissato in pochi minuti poi si blocca. Ma non disperate, se proprio ci tenete a sottoporre il vostro lavoro a un esperto, un’altra famosa agenzia letteraria nel giro di un mese valuterà la vostra opera, per la modica cifra di ottocento euro, iva compresa. E se siete bravi vi spalancherà le porte del mondo dorato dell’editoria.

Insomma, alle case editrici importa ben poco degli aspiranti scrittori. Eppure in Italia vengono pubblicati quasi settantamila nuovi titoli all’anno, sia in cartaceo che in ebook. Qualcuno dovrà ben scriverli tutti quei libri. I conti non tornano. Non tornano perché non sono gli scrittori il problema, ce n’è in abbondanza; il vero problema sono i lettori. Il 60% dei libri stampati rimane invenduto e finisce al macero, perché il numero dei lettori è inversamente proporzionale al numero dei nuovi libri che vengono pubblicati ogni anno. In pratica: tutti scrivono, nessuno legge.Ma allora… perché tutte le case editrici continuano a pubblicare a raffica libri che non si vendono e finiscono al macero e così tante persone scrivono e sognano di diventare autori pubblicati? Per un motivo semplicissimo: perché tutte le case editrici vorrebbero pubblicare il best seller che finalmente aggiusti i loro conti e tutti gli aspiranti scrittori vorrebbero scrivere il best seller che li renda ricchi e famosi. Tutto qui.

Siamo arrivati al nocciolo della questione. Ma scrivere e pubblicare un best seller è facile come trovare un tartufo bianco da un chilo, il caviale albino o un ombrellone in prima fila a ferragosto. Un best seller è come il biglietto vincente della lotteria. E statene certi, nessun vincitore della lotteria vi dirà mai di aver vinto alla lotteria, così come nessun autore di best seller scriverà mai un manuale su come scrivere un best seller. Solo pochi eletti conoscono realmente il segreto, e sicuramente hanno a che fare con i cavalieri templari, i gesuiti e il gruppo Bilderberg. Eppure, ogni anno, un libro diventa il best seller dell’anno. Se è un’ottima annata – editoriale – anche due o tre. Chiedetelo a quei ventitré milioni di italiani che leggono soltanto un libro all’anno, compreso l’oroscopo segno per segno di Paolo Fox. Quell’unico libro, magari acquistato all’Esselunga o in Autogrill, è sicuramente un best seller.

Ma tutto questo non è letteratura. Al limite intrattenimento, e va bene così: gli addetti ai lavori ci campano e leggere fa bene, attiva le sinapsi, riduce lo stress. Tiene il cervello in allenamento. Lo scopo della letteratura è un altro. La definizione che preferisco è di Donald Barthelme: “la creazione di uno strano oggetto coperto di pelo che vi spezza il cuore”. Questo dovreste tenere bene a mente se all’improvviso avete provato la tentazione irresistibile di mettervi a scrivere e contro ogni logica avete deciso di assecondarla. Scrivere significa suscitare emozioni, non giocare con i sentimenti. Raccontare una storia interessante, non la propria biografia – triste o patinata – per rendersi interessanti agli occhi del mondo. Accantonare per un momento il proprio IO e pensare agli ALTRI, come gli attori che a teatro rivolgono un inchino simbolico al pubblico, finita la rappresentazione. Tutti possono scrivere buona letteratura, l’importante è impegnarsi a farlo onestamente e con semplicità. Provateci, forse non diventerete autori pubblicati, non avrete fama e ricchezza e nemmeno migliaia di like, ma di certo nessuno vi prenderà in giro.

© Gianluca Maleti – 2018

[1] Ogni riferimento a Mrs. E.L. James e a Mrs. J.K. Rowling è puramente casuale.

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